Ci sono dei giorni in cui impari.
Ieri, dopo una perdita di acqua in casa, sono andato a bussare alla porta del mio super.
Un super, per chi non lo sapesse, è una figura ibrida che fa da custode e factotum nei palazzi newyorkesi, e che in base alla mia piccola esperienza può essere solo sudamericano, dal momento che si tratta evidentemente di un lavoro tanto sottopagato che neanche i neri lo accettano. E non mi si accusi di razzismo, sto descrivendo una amara realtà di stratificazione sociale. I super sono sudamericani che spesso neanche parlano l’inglese, o se lo parlano è quasi incomprensibile. Questo è probabilmente il motivo per cui accettano un lavoro del genere, che almeno prevede un tetto e un briciolo di stipendio.
Quest’uomo è una persona molto a modo, sempre sorridente e disponibile, e così la moglie, e siamo relativamente in buoni rapporti (leggi, quando ci incontriamo sulle scale oltre a “buongiorno” ci diciamo anche “come stai”). Ieri, però, quando sono andato a chiedere la riparazione del lavello, l’ho trovato con la faccia sanguinante e che parlava concitatamente al telefono. Senza smettere di telefonare, si è fatto spiegare il problema e mi ha detto che sarebbe venuto a vedere.
Dopo tre ore di attesa, in una giornata in cui sinceramente avevo altri progetti, mi sono arreso e sono uscito di casa.
Oggi, a metà pomeriggio, Luca mi dice al telefono che il super è venuto a controllare il lavello, dimostrando di avere sentito e capito la mia richiesta e di volere fare qualcosa per risolvere il problema. Verso le sette e mezza torno a casa e lo trovo che smociovileda il pavimento dell’atrio. Buongiorno, buongiorno, come sta?, come sta?, e mi dice che è salito a vedere la cucina e allora gli posso chiedere cosa gli sia successo ieri, ché sanguinava.
Una lotta, mi dice. Io quasi gli scoppio a ridere in faccia, poi lui commenta, sempre sorridendo, che “è la vita”.
A quel punto, improvvisamente, imparo. Imparo che “una lotta” non è solo il soggetto di un qualsiasi film di Bud Spencer, con i rumori di vetri spaccati e i tavoli che volano da una parte all’altra della stanza e il pappagallo che grida più forte ragazzi. Imparo che ci sono persone per cui “è la vita” non significa dover anticipare il tuo ritorno in Sardegna di qualche settimana per poterti ancora permettere un viaggettino low cost in Europa, ma significa che può capitarti che qualcuno ti metta le mani seriamente addosso, per motivi che tu stesso consideri abbastanza ragionevoli, al punto da poter dire che sì, è la vita, capita, potrebbe andare peggio, potrebbe piovere, no?
E imparo che ti dovresti vergognare, tu con il tuo piccolo mondo di scimmie morte da misurare, borse di studio da millecentocinquantacinque euro al mese, esami colossali di sbarramento, recensioni dell’ultimo album che hai scaricato, libri per bambini, dubbi se chiamare “amico” o meno il tuo compagno delle elementari, una foto al giorno, rimpicciolitori di URL, umorismo nerd, paure, speranze, dubbi e sogni, elenchi infiniti e pretese letterarie.
O forse non ti devi vergognare, è la vita.